Matteo Pappalardo

“Con la fotografia hai un 125esimo di secondo per mostrare quello che senti in quel momento”.

Matteo Pappalardo è un giovane studente del corso triennale di Arti Multimediali e Tecnologiche dell’ Accademia di Belle Arti di Roma. La sua maggiore passione artistica? La fotografia. L’incontro con questo mezzo espressivo è per il ragazzo un ricordo dolce e nostalgico. Era l’estate di qualche anno fa e Matteo era in compagnia del nonno durante una passeggiata lungo la Riserva Naturale di Tor Caldara; è in questa occasione che il nonno, grande appassionato di fotografia, cede per la prima volta alla mano inesperta di Matteo la sua Nikon. Questa “mitica iniziazione” segna un felice spartiacque nella vita del ragazzo, che da quel momento non lascia più la sua fedele Nikon D3100, compagna d’avventure nelle prime esperienze di scatto in cui sono  immortalati ritratti, paesaggi e macro. Dopo aver maturato consapevolezza e abilità tecniche, Matteo passa dal formato DX al formato FX e comincia a scattare con una Nikon 610, che gli consente di sperimentare nuove e più audaci soluzioni.

Uno dei più grandi pregi della fotografia, ci spiega Matteo, è la sua versatilità, che lascia spazio ad ogni tipo di sperimentazione e permette quindi di tentare più vie, senza bisogno di costringersi in un unico genere; tale libertà creativa oltretutto garantisce a Matteo  la possibilità di esprimersi in modo totale e totalizzante, evitando spiegazioni inutili e forzose.  Anzi, spesso è proprio Matteo che sceglie di ascoltare cosa gli altri pensano dei suoi scatti, poiché la coscienza delle diverse visioni e interpretazioni di chi osserva i suoi lavori lo aiuta a tenere a mente il grandioso potenziale di questo mezzo espressivo; per la sua universalità e per la sua capacità di sollecitare la sensibilità di ciascun individuo, la fotografia riesce a stimolare reazioni immediate e potenti, spesso diverse da quelle che il giovane si sarebbe aspettato nella fase di scatto.

Nonostante si sia cimentato in molteplici generi fotografici, e nonostante la pluralità di reazioni che gli scatti possano suscitare, ciò che rende unica la produzione di Matteo è il suo personale taglio visivo e la sua visione al momento del “click”. In quel brevissimo istante, Matteo sente di poter tirare fuori da sé e dare forma concreta alla sua mente e alle sue idee,  immortalando su pellicola una visione fedele, ma pur sempre artistica, del mondo che lo circonda, nella speranza che coloro che guardano i suoi scatti possano rispecchiarvisi, o perlomeno comprendere le sua concezione.

A vedere  l’ultimo lavoro di Matteo, la serie intitolata “Il corpo in miniatura”, è facile constatare come questi scatti siano animati da un tangibile potenziale espressivo e comunicativo; zoom di singole parti  del corpo umano che divengono scenari per azioni (appunto “in miniatura”). L’interno di un orecchio femminile si trasforma così in una grotta da scavare, l’incavo di una clavicola diventa il bacino di un piccolo lago dove andare a pesca. Il corpo umano viene dunque decontestualizzato e reso “altro” da sé, e l’esplorazione delle sue parti s’emancipa a scoperta nuova e originale; nessuna parte della nostra pelle è così banale e scontata da passare inosservata all’ occhio estremamente vigile e creativo di Matteo che, con immaginazione feconda e  grande consapevolezza estetica (qualità indubbia dei suoi scatti), fa di questo suo progetto un monito ad una riflessione più approfondita sul nostro corpo; l’osservazione di questi scatti, infatti, conduce in modo spontaneo lo spettatore a percepire l’esigenza di soffermarsi su se stesso,  non per un senso di vanità o di ripudio (sentimenti con cui siamo soliti guardare i nostri corpi), ma per una rinnovata volontà di genuina e consapevole scoperta. Non è un risultato da poco quello che Matteo raggiunge con questa serie, che, come uno scrigno, raccoglie in sé preziosità come padronanza estetica, originalità artistica e ambizione di idee.

Il futuro artistico di questo giovane fotografo merita dunque d’essere seguito con attenzione poiché, considerata la dichiarata intenzione di Matteo di studiare e sperimentare sempre più, si prospetta fervido di sostanza e qualità.

 

Giulia Guarnieri

 

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Marco ha detto:

    Mi ricorda Alla Teger, non un fotografo professionista, bensì un professore di psicologia americano. Con piccoli inserimenti di oggetti, giocattoli, miniature, corpi diventano paesaggi. Sostituisce la natura con il corpo (esclusivamente femminile), rendendolo il centro del paesaggio. Nessuna elaborazione digitale, nessun trucco, solo scatti rigorosamente in bianco e nero.

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  2. hideart ha detto:

    Caio Marco,
    Hai assolutamente ragione, è incredibile come il corpo sia femminile che maschile diventi quasi un paesaggio in queste foto. E’ molto interessante il paragone che fai tra il nostro artista e Allan Teger, hanno un linguaggio molto simile, tuttavia con fini diversi e in tempi molto diversi.

    Ti ringraziamo per aver commentato.

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