Samuele Pepe

“Il mio intento è quello di raccontare delle situazioni, personali o meno, un volto, un profumo, un’impressione. Quello di descrivere una linea, una forma ed un colore. Entrate nel profondo e scavare, grattare la forma più spontanea delle cose.”

Un bisogno, necessario, ineluttabile.  Un desiderio impellente e vitale di esprimersi. Questa è l’arte di Samuele Pepe, classe ’96, frequentante il corso di Grafica d’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Roma.  “La mia è un’arte violenta e grezza”. Proprio per questo dice di preferire, oltre ai colori ad olio, pastelli e inchiostri, le tecniche grafiche dell’incisione, come la xilografia, la punta secca, l’acquaforte e il monotipo.

Samuele vuole incidersi sul mondo, fa premere forte i suoi pensieri ed il suo sentire sulla materia. Ed è alla ricerca di materiali che meglio possano lasciarsi plasmare dalle sue mani impetuose – “Per raggiungere quell’effetto grezzo ed aggressivo che tanto desidero.” – come le tele di juta, carte di diverse grammature e forme, legni diversi, fino ad arrivare al plexiglas e zinco. Tutto è oggetto di ricerca. Una ricerca che lega sottilmente i suoi lavori, i quali, anche se realizzati in modo diverso, tentano di far emergere un’unica voce, un unico grido. “Sento di dover urlare, tutto urla, desidero solamente amplificare queste grida. Belle o brutte che siano.”

È quell’urlo primordiale di un vagito, di una nascita e, allo stesso tempo, un urlo angoscioso di terrore e violenza. Impossibile non pensare all’opera di Munch, l’artista che più di tutti rese l’immagine dell’uomo che “chiede urlando la sua anima”, come disse lo scrittore austriaco Hermann Bahr nel 1916. Da Munch per arrivare poi agli espressionisti francesi e, soprattutto, tedeschi. Il linguaggio di Samuele ricorda quell’impeto di Kirchner, Bleyl  o Heckel, quella voglia di premere sulla realtà per far sgorgare da quest’ultima delle voci umane irrazionali.

Samuele da forma a quel grido, bello o brutto, di vita o di morte e, nel farlo, ci si immerge completamente. Come un bambino che non vede l’ora di mettere i suoi piedi nelle pozzanghere d’acqua; non importa se rischia di caderci dentro, l’importante è entrare e vedere quel che succede, giocare con l’acqua e lasciare che ci si sporchi tutti. Se poi si riesce anche a saltare senza cadere tanto meglio, ma il punto è entrare, senza paura e senza troppe domande.

“Voglio solamente essere sincero, che la mia sia un’arte sincera. Prima di finzione. Così spontanea, tanto infantile quanto matura”. Sincera è la sua linea, che si articola e disarticola nel medesimo tempo, che piega la realtà affinchè questa possa prendere la forma di una dimensione interiore. Un’arte che indaga senza fine, che scende sempre più in profondità e parla, parla forte, e arriva a tutti.

 

Francesca Angelini

 

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