Steven Marigo

L’inquietante e concreta bellezza della morte nel mondo della natura.

 

Materializzare una natura morta come immagine animatamente polivalente; capacità che Steven Marigo, alla giovane età di ventitré anni, brillantemente dimostra.

Un “naturamortista” contemporaneo, Steven, che ha deciso di eleggere questo tradizionale genere rappresentativo a carattere paradigmatico della sua produzione. Emblematica, certamente, è la duplice essenza immediatamente individuabile nelle entità scelte delle sue opere; crani ed esequie d’animali – elementi – simbolo della natura morta- concepiti allegoricamente come espressione del concetto della vanitas – ossia della caducità dell’esistenza – e concretati come “cose” materiali ,  potenzialmente capaci d’oltrepassare l’illusoria superficie dell’opera e cominciare ad esistere nella dimensione del reale. Derivata dal carattere iperrealistico della figurazione, la veridicità quasi insistita degli elementi  è idealmente accentuata in “Pensiero” dallo sporgersi del teschio oltre la balaustra, e in “Serpe sotto spirito” dall’estendersi fuori dal piano delle pieghe del panno bianco, accorti espedienti funzionali a contrastare l’astrattezza e misteriosità dell’ambiente in cui le nature morte sono collocate.

Come ciascuna vera entità del mondo, dunque, anche la natura morta del nostro artista è animata da chiare complementarietà di sostanza; a chi la osserva, essa appare simultaneamente distante e prossima, e, soprattutto, viva – morta. Come ci spiega lo stesso artista, egli decide di approcciarsi alla natura, emblema della fertilità dell’esistenza, concentrando la propria attenzione su una precisa componente del mondo naturale, apparentemente “lontana” dalla sua stessa essenza – il “decesso”. Emoziona drammaticamente osservare quel piccolo passerotto blu e giallo all’interno dell’ algida campana di vetro, o quella serpe dall’occhio spaventosamente latteo dentro al contenitore colmo di spirito, con accanto delle foglie avvizzite comparse come dal nulla.

Un immaginario precariamente in equilibrio tra natura “morta” e, assieme,“ancora in vita”, questo del nostro Steven – dall’espressione anglosassone che designa questo genere artistico come “still life”– abilissimo nel sedurre chi lo osserva e nell’impressionarsi nella sua memoria, alla luce della mirabile qualità esecutiva e dell’emozione drammatica da cui esso è permeato; elementi da cui le sue opere, peraltro, acquisiscono lo statuto d’ elaborazioni autentiche ed originali nell’ambito di una tipologia artistica altrimenti consumatissima. HideArt, dunque, non può far altro che porgere all’artista i suoi più sinceri complimenti.

Giulia Guarnieri

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