Enrica Arbia

In bilico tra la forza della realtà e la forza dell’istinto.

 

 

Un immaginario visivo dalle mutevoli sembianze, quello creato da Enrica Arbia, classe ‘97 e studentessa alle Belle Arti: un immaginario a volte materializzato come verosimile rappresentazione di un ambiente, e a volte, invece, tramutato in una composizione astratta, dove la concretezza dell’immagine iniziale sembra essere, dalla nostra artista, dissolta e scomposta a creare nuove e personali visioni.

La pratica che più si adatta alle necessità espressive di Enrica è la pittura, mezzo con cui ella ha familiarizzato negli anni e che sta cercando di sviscerare nelle sue molteplici possibilità d’esecuzione, non restia a sperimentare soluzioni diverse, come, ad esempio, una stesura estremamente pastosa del colore, oppure un’introduzione, nel corpo bidimensionale della tela, di materiale in rilievo; la volontà che muove Enrica a sondare disparate modalità di rappresentazione ed esecuzione nasce in lei come naturale portato della conoscenza della storia dell’arte, e dei suoi più celebrati maestri – una conoscenza tanto più cara all’artista, in quanto costruita con amore dall’aiuto del proprio padre.

Enrica ha diramato la propria produzione in due traiettorie parallele, avanzanti con la stessa decisione e, talora, raccordate. Da una parte una serie di tramonti d’ambientazione cittadina o naturalistica, mostrati come un incastro d’ombre d’alberi o architetture del nero più assoluto, e masse vorticanti e multicolore che accendono il cielo, materializzando quei moti continui che trasmutano la sua superficie da azzurro a verde smeraldo, da porpora a blu notte, come dichiarano le opere dell’artista.  La serie dei tramonti può essere considerata complemento, o addirittura terra – madre delle composizioni astratte, dove il focus non è sul “piacere dell’osservatore di vedere qualcosa di chiaro”, ma sulla possibilità di dare adito all’irrazionale dell’intuizione e, come ci spiega Enrica, “concretizzare al mondo un luogo dentro di me”.  L’opera astratta possiede, talora, come suo fulcro generativo l’idea di un ambiente reale, scomposto e purificato in maniera tale da derivarne una visione completamente nuova, come accade nell’opera simil-naturalistica, evocante “un ricordo di ferite, tagli e cicatrici”.

Lo sfaccettato immaginario creativo dell’artista, d’altra parte, mostra la sua più vivida potenza proprio nel momento in cui queste due identità, tendenza al reale e tendenza all’astratto, convergono, dando vita a un’opera, in questo modo, multistrato. Noi auguriamo dunque ad Enrica di proseguire la sua ricerca artistica e personale, con la convinzione che ella presto potrà trovare l’equilibrio e la maniera d’espressione ricercate.

Giulia Guarnieri

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